Speak up: il protagonismo dei migranti

Per la seconda parte del ciclo “Un the con gli attivisti” sabato 26 mattina sala piena al Centro Zonarelli per ascoltare Youlsa Tangara, Bouchaib Khaline e Ali Tanveer che hanno raccontato la propria storia e le motivazioni del proprio attivismo.

E’ stato un incontro ricco in cui si sono dette tante cose importanti e il tempo è volato via. Adesso per evitare un post troppo lungo, la cronista volontaria sceglie di scrivere quello che l’ha colpita di più.
Per primo ha parlato Youlsa. Lo conoscevo già e vi riporto una esperienza che non conoscevo: fuggito dal Mali a causa del colpo di Stato, arrivato in Libia, si è ritrovato con un gruppo di 11 amici. Insieme hanno affrontato dolori e prigione, insieme sono saliti su un barcone, arrivati in Sicilia hanno chiesto di rimanere insieme ed anche qui a Bologna insieme al Mattei, e ancora a Pallavicini. E dopo aver imparato l’italiano grazie ai corsi dell’Associazione Universo, una delle molle che lo hanno portato ad essere attivista per l’Associazione ASAHI è stato proprio quello di affrontare i problemi e conquistare diritti per sè e per gli altri. Il suo invito è di attivarsi per non essere subalterni agli operatori o alle istituzioni. Ha riportato molti esempi concreti di come piccole reti di solidarietà di nativi e migranti possono contribuire a risolvere problemi : come l’appartamento per cinque ragazzi, arredato con la raccolta di materiali fra le persone native che si sono impegnate nell’ospitalità.

Oratori Speak up

Bouchaib Khaline è cittadino italiano: arrivato dal Marocco nel ’90 per un ricongiungimento familiare all’età di 14 anni, racconta le prime esperienze di migrante in un paese della montagna bolognese. Le tappe di quasi 30 anni di evoluzione delle politiche degli enti locali dalle primissime esperienze di mediazione culturale, alle Associazioni di Comunità, al loro superamento per arrivare all’elezione diretta di rappresentanti nelle Consulte e nei Consigli dei cittadini Stranieri: impossibile ricordare e raccontarvi le tante cose che abbiamo imparato.
Un’esperienza lunga di rapporto con le istituzioni: anche in questo caso con episodi che segnano chi ascolta: “Ho contribuito anche io a scrivere la legge sullo ius soli, una legge bellissima, quasi perfetta. Ho capito subito che era impossibile che passasse al Senato”.

Ali Tanveer è di origine pakistana; un uomo di seconda generazione che ha subito un ricongiungimento familiare a cinque anni a metà degli anni ’90. Catapultato in mezzo alla bassa, in una casa di campagna dove abitava con i genitori ed una coppia di anziani del luogo, a kilometri dal paese in cui nessuno sapeva come comportarsi con un bimbo che non parlava italiano: “credevo di essere l’unico bambino in Italia”.
In un episodio stigmatizza il conflitto delle seconde generazioni. Esame di maturità: la prof. chiede da dove viene, alla risposta “Da San Lazzaro” “tu NON SEI ITALIANO, non hai il documento”.
Crisi; conflitto; isolamento.
“Poi ho incontrato chi mi ha detto: puoi essere tutti e due. E mi propose di fare il mediatore.” PONTE ” Culture che si stanno riincontrando”.

Quando si arriva ad oggi i giudizi degli attivisti diventano più chiari e politicamente competenti: si apre il dibattito e le posizioni si arricchiscono delle varie sfumature di cui si colora la solidarietà.
Ma il the e le torte preparate dalle fin troppo brave donne marocchine non possono più aspettare e le chiacchiere continuano nei gruppetti che approfondiscono la conoscenza.

Prossimo ed ultimo appuntamento Sabato 9 febbraio, dalle 10 alle 13 al Centro interculturale Zonarelli, con Tahar Lamri, scrittore e artista e Dolieme Ahmed Diabatè, attivista dell’associazione Diaspora Africana, che conversano con Elisabetta Cammelli, responsabile servizio d’ascolto della Chiesa Metodista Valdese.
Testo e foto di Claudia Boattini