Muore un ragazzo e ti chiedi: si poteva fare di più?

E’ passato poco più di un mese dall‘omicidio di via Frati e la redazione del Blog, dopo aver invitato a  reagire alla paura, continua a chiedere testimonianze sul tema della presenza di microcriminalità al Pilastro per favorire il confronto fra idee diverse e dare nuovi strumenti a chi vuole evitare una stereotipata immagine del Pilastro.
Anch’io voglio dare il mio contributo, portando la mia esperienza.
Vivo qui da quarant’uno anni, mi piace il Pilastro, spesso in queste giornate mi diverto a fotografarne gli scorci e le persone, adesso che sono pensionata sono una cittadina attiva, qui vivono amici e parenti: insomma in poche parole, ci sto bene.

Quel giorno di fine agosto un amico scrisse, quasi in tempo reale, che un ragazzo condannato ai domiciliari per spaccio, era stato ucciso da un vicino di casa, dopo una lite in casa di quest’ultimo. All’arrivo dell’ambulanza e della polizia, decine di persone urlanti arrivarono quasi allo scontro, mentre si racconta che “amici” della vittima inseguirono l’assassino per linciarlo.
Qualcuno racconta che la vittima era un punto di riferimento per una “banda” che tenta di intimidire tutti quelli che rischiano di essere d’intralcio ai loro traffici.
Io non so se questo sia vero: mi auguro che gli Organi preposti ci aiutino a comprendere la verità, perchè potrebbe essere che molte cose raccontate non siano vere. Però potrebbero anche essere vere e allora sono brutte.

Mi parve di tornare a trentacinque anni fa, quando mio figlio adolescente frequentava la scuola Saffi e le presenze “teppiste” erano una preoccupazione costante per noi genitori del Pilastro. Ho avuto paura.
Poi ho cercato di parlarne e di capire: mi è tornato in mente che qui al Pilastro ci siamo aiutati fra genitori, insegnanti, il Circolo, la Parrocchia e il Quartiere, e oggi i nostri ragazzi sono uomini e donne onesti e forse più “maturi” di tanti altri. Nella mia famiglia chi ha avuto più problemi era cresciuto nel centro storico di una piccola città e lo spacciatore era il giovane rampollo di una famiglia bene.
Ho parlato con un amico, da tanti anni operatore di strada, che mi ha raccontato l’impegno e la costanza del loro lavoro; e anche il pianto a fronte dell’arresto di uno dei “suoi” ragazzi.
Ho parlato con un amico che ha fatto tanto per sconfiggere la microcriminalità, che chiedeva più fermezza e nettezza nel condannare i devianti.

Io sono di quella generazione che ha basato la propria vita su valori forti, distinguendo nettamente il bene dal male: oggi ritengo sbagliato “bollare i cattivi”, identificare la persona nel suo comportamento deviante.
Sappiamo tutti che spacciare è gravissimo, si danno soldi alle mafie e si usano persone fragili, rendendole per sempre ancora più fragili, solo per fare soldi: si può dirlo con fermezza senza giudicare irrecuperabile il ragazzo che lo fa?
Altrimenti la paura genera odio e tentativi di difendersene a tutti i costi, costi quello che costi: forse la nuova strada della prevenzione è imparare ad evitare che la rabbia esploda, gestire le emozioni negative, vedere l’opportunità positiva di imparare dagli errori. Che sono errori e tali rimangono.
Un amico mi ha detto: questo episodio dimostra che l’unica strada è più carcere, più polizia in modo che le mele marce non facciano danno. Io tutte le volte che ho chiamato i carabinieri ho avuto risposte precise e rapidissime, e mi sono fatta la convinzione che da sempre la legge prevede le maniere forti, ma forse sono proprio quelle le più fallimentari perchè, come tutti sappiamo, in carcere è più probabile peggiorare che migliorare e sono tantissimi i casi che lo confermano.
Mi pare che sulla microcriminalità, oltre che sui comportamenti devianti, la nostra cultura sia molto debole ed arretrata. Forse è un’illusione pensare di risolvere, anche se ci auguriamo tutti che la Caserma dei Carabinieri in mezzo al Pilastro possa diventare un bel deterrente.

Qualcuno ha messo in dubbio la pratica dei servizi sociali in questi anni. Per quello che ho potuto vedere io, qui al Pilastro si sono cercate le strade per tenere lontani i giovani dalla microcriminalità, aiutare gli adolescenti a scegliere di comportarsi bene, a stare il più possibile dalla parte giusta.
Come si può migliorare? Sarebbe interessante capire quali sono nel tempo i risultati ottenuti e i miglioramenti che sono stati apportati. A vederla da fuori mi sento di dire che è molto lontana la fase in cui le bande di ragazzini erano una realtà pericolosa, alimentata da adulti pregiudicati.
Oggi ci sono persone che per lavoro sono a disposizione dei ragazzi più fragili, ci sono i centri giovanili aperti, in Biblioteca hai l’WI-FI gratuito e persone accoglienti, l’operatore X e l’operatrice Y ti sanno ascoltare, ti propongono di fare cose divertenti ma utili, ci sono opportunità di formazione o di imparare un mestiere  anche se hai sbagliato ( e magari anche pagato).
Mi pare di comprendere che chi fa l’operatore sociale, sente la necessità di avere intorno una comunità meno paurosa, meno diffidente, che abbia e comunichi speranza. Una comunità capace , di incontrarsi, di conoscersi e di interagire, non solo di “fare la predica”.
Adesso tanti di noi sono invecchiati. Però ci sono tanti segni positivi: finalmente gli iscritti alle scuole del Pilastro ricominciano a crescere e c’è un nuovo protagonismo nelle giovani mamme; il Comune ha ripreso a destinare soldi per aumentare servizi, occasioni di incontro, occasioni di formazione soprattutto per i giovani con maggiori fragilità. Si stanno cercando strade più efficaci.

Non tutti i giovani, però, vogliono cogliere queste opportunità: alcuni, a me paiono molto meno di un tempo, scelgono altre strade. Di questi, alcuni da soli e a volte con grande dolore, trovano la propria strada. Altri no. Una comunità capace di integrare le differenze deve prenderne atto e cercare che siano sempre meno.
Per questo è necessario alleggerire la concentrazione, per me eccessiva, di problematiche sociali in questo territorio: abbiamo tante case pubbliche in cui vivono persone a bassissimo reddito, a volte con problemi di integrazione, nel passato si valutò di inserire nuclei di sinti e rom, adesso sempre più spesso persone condannate ai domiciliari magari in un camper.
I cittadini attivi, gli operatori, le istituzioni locali fanno tanto e sono disponibili a migliorare, non vogliamo farci prendere dalla paura nè dall’intolleranza verso i devianti, ma forse qualcuno pensa meglio qui che da un’altra parte?
E’ ora di dare dei segni concreti e spostare, o quanto meno non aggiungere, casi difficilmente gestibili.

Testo di Claudia Boattini