Uno Bianca: una ferita aperta

Quando accade qualcosa di straordinario, bello o brutto che sia, ognuno di noi lo associa inevitabilmente a quello che stava facendo in quel momento. Quando è scoppiata la bomba in stazione o c’è stato il terremoto, quando è nevicato tanto o il Bologna ha vinto lo scudetto o quando hanno attaccato le torri gemelle, e lo raccontiamo e ascoltiamo gli altri che fanno lo stesso.

Quando la Banda della Uno Bianca ha ucciso i carabinieri, abitavo al Pilastro da poco più di un anno; non c’erano i social, l’ho saputo il giorno dopo mentre ero in ufficio.
Sì, avevo sentito delle sirene, ma ho pensato fossero per via di un incidente successo nella nebbia fittissima di quella notte. Nient’altro, come se, anziché a 500 metri da me, quella disumana mattanza fosse avvenuta dall’altra parte del mondo.

Sicuramente ricordo meglio i mesi successivi, quando si viveva con le forze dell’ordine armate di mitra ad ogni incrocio e di quel periodo ho sentito parlare con indignazione, anche oggi, fra chi ha partecipato alla commemorazione. Fu facile, all’epoca, attribuire la colpa dell’eccidio a qualcuno che abitava al Pilastro, affibbiandoci un marchio che aleggia ancora nonostante i colpevoli non centrassero nulla col rione.
E oggi ho rivisto lei, la mamma di Otello.
Non sempre ho potuto essere alla cerimonia che lo ricorda insieme a Mauro e Andrea, ma ogni volta era presente questa piccola grande donna che 29 anni fa ebbe la vita interrotta in una notte di nebbia.
E ho immaginato a chissà quante volte avrà pensato a cosa stava facendo nel momento in cui la sua vita si è trasformata in sopravvivenza con tutto il carico di perché” e di “se” a devastare cuore e mente.

La mamma di Otello Stefanini ha detto che la fede l’ha aiutata a tirare avanti e ha affrontato la vita anche con una stanza vuota, un posto a tavola che nessuno riempirà più, scarpe senza più passi, una telefonata che non arriverà mai e le mani piene di carezze che non darà più, perché questo è una madre mutilata del figlio e sicuramente la fede le ha dato anche la forza di cercare fin da subito giustizia e non la vendetta dettata dalla disperazione.
Ed è così che ancora una volta una donna, e con lei Rosanna Zecchi, Presidente dell’Associazione Vittime della Uno Bianca, continua a cercare la verità che va oltre al riconoscimento dei colpevoli e a pretendere che i propri morti siano rispettati e le autorità preposte non concedano più permessi a quegli assassini e ha spiegato bene il perché.
Perchè lei, finché vivrà, si ricorderà di quel momento, il momento in cui ha incontrato Fabio Savi e nei suoi occhi ha visto lo sguardo di Satana!

Testo di Anna Dondi
Foto dal web