Addio a Gregotti, architetto del quartiere Zen di Palermo. Qui una sua intervista sulla nascita del quartiere palermitano

Addio all’architetto Vittorio Gregotti, una delle vittime del nuovo coronavirus in Italia.

Classe 1927, fu uno de progettisti del famoso quartiere popolare Zen di Palermo,

Riportiamo qui di seguito un’intervista del 2014 a firma di Carmelo Caruso del giornale “La Repubblica” a Gregotti su come fu ideata questa periferia e cosa sarebbe potuto essere fatto diversamente.

Cliccando qui potrete leggere direttamente l’intervista originale.

(Jonathan Mastellari)

 

Il grande architetto Vittorio Gregotti si è spento a 92 anni a Milano per una polmonite. Ripubblichiamo l’intervista che concesse nel novembre 2014 a Repubblica Palermo.

Lo Zen di Palermo sarà la prossima Tor Sapienza?
“È molto peggio, una tragedia. Ma non ci sarà nessuna rivolta. Al posto delle forze dell’ordine arriverà la mafia a sedare tutto”.

È il suo “migliore” disastro?
“Non è un disastro, la verità è che il progetto non è stato mai completato”.

Lo disegnerebbe ancora?
“No. Se avessi conosciuto meglio Palermo, non avrei mai disegnato lo Zen. Ho sottovalutato la città. Oggi sarei pronto a finirlo se solo l’amministrazione Orlando volesse”.

E chissà come risorgerebbe questo Zen, la più grande periferia in rovina d’Italia, la più viva testimonianza del fallimento della nostra urbanistica, disegnato negli anni Sessanta da Vittorio Gregotti.

Ha pensato di togliere la firma da quell’opera?
“Non si tolgono le firme dai progetti, semmai si riconoscono le responsabilità”.

Gregotti abita nella Milano geometrica e ordinata che si inchina e si stringe attorno alla basilica di Sant’Ambrogio e ai suoi mattoni solidi, dove gli edifici sono rimasti di forma garbata e le vie sentieri stretti.

Rimarrà per sempre il padre della periferia andata a male?
“Il progetto dello Zen è fallito perché era destinato a un solo strato sociale. A Milano, invece, la Bicocca è un esempio riuscitissimo grazie all’università. Allo Zen avevo previsto teatri, luoghi di lavoro, ma nulla di tutto questo venne costruito. Le periferie devono essere polifunzionali, avere un servizio unico per le città, mescolare i ceti e non confinare ceti”.

A 87 anni, Gregotti ha il corpo di un monaco che digiuna, veste con la ricercatezza dei milanesi singolari, si maschera il volto dietro la barba bianca dei vecchi di concetto ostinati e risoluti. “Odio i centri commerciali, so che allo Zen ne hanno costruito uno. Che peccato”.

Sa che il suo Zen è il vero “ammazzatoio” d’Italia, lo spazio di tutta un’umanità smarrita?
“Per vent’anni è stato un’area senza servizi, occupata da chiunque. Ci portarono perfino gli sfollati del centro storico quando ancora mancavano acqua e luce”.

Ha seguito i cantieri?
“In pratica mi impedivano di entrare, come in seguito mi impedirono di portarlo a termine. Dopo il progetto non ci misi più piede”.

Allo Zen risiedono oggi 16 mila abitanti e pure l’arte si è mossa per raccontarne il disordine e l’abbandono. Edoardo Bennato ci ha composto una canzone che si chiama appunto “Zen”, a conferma che i napoletani sono la vera classe colta di stanza in Sicilia. E c’è stato perfino chi, come l’antropologo Ferdinando Fava, ci ha vissuto due anni restituendoci con il suo “Zen, antropologia di un’esclusione” il vero romanzo di periferia, pagine di collera e racconti di vita promiscua che fanno tornare in mente i lumpen di Ettore Scola. A Palermo non è nato neppure il rap di talento che ci stanno invece consegnando i sobborghi di Salerno e Roma, la musica scorretta che in maniera sapiente si prende il centro della città e le assale di rabbia tenera. Qui anche la sociologia si è arresa, mentre Gregotti pensa ancora ai proletari che non sono mai arrivati perché non è mai arrivata l’occupazione: “Pensavamo che i contadini potessero diventarlo. Lo Zen era stato pensato per i proletari. Anche le insule erano state disegnate per ricreare la vita di comunità tipica degli ambienti rurali”.

E pure Gregotti riconosce che il suo Zen è il dormitorio di una classe costruita in laboratorio, come nella Cina di Mao dove si voleva fare dei contadini gli operai delle acciaierie. “È vero, a Palermo non c’è mai stato il proletariato perché non c’è mai stato lo sviluppo industriale. Ma questo non potevamo saperlo né prevederlo”.

La periferia è la spazzatura delle nostre città?
“Sono recinti, accampamenti chiusi. Prima o dopo i recinti si abbattono”.

Lo Zen di Palermo si rammenda, come dice Renzo Piano e come desidera Matteo Renzi?
“La periferia in Italia si può solo migliorare, in Europa invece si rammenda. Mi sembra che Piano abbia scoperto il rammendo solo da quando è senatore”.

Pensa di aver peggiorato Palermo con il suo Zen?
“Ho insegnato in città dal 1968 al 1973. Ho pensato che non fosse solo un progetto ma un esperimento importante che andasse fatto”.

Può essere l’architettura un esperimento?
“Il mestiere è anche questo. Io non mi pento. Troppe contese ne hanno arrestato la realizzazione. Ricordo Vito Ciancimino, un teatrante: per avere l’ultima parola saltava sul tavolo. C’erano pressioni e lotte vere. La mafia non era una leggenda come pensavamo noi che venivamo dal Nord”.

Lo Zen è la città santa dell’Italia feroce come Corvetto a Milano e Tor Sapienza a Roma?
“È molto peggio di queste periferie che stanno esplodendo, parliamo di luoghi dove si vive nella provvisorietà costante e la povertà imbruttisce”.

Demolirebbe lo Zen?
“Va completato, interconnesso. Oggi demolire non è conveniente, è sempre meglio aggiustare”.

È meglio il crollo o la costruzione?
“A volte è meglio il crollo. Il centro storico di Palermo sta crollando ed è una fortuna che nessuno intervenga. Molte volte intervenire significa peggiorare”.

A Palermo hanno provato pure a cambiare nome allo Zen, come se il disagio urbano fosse un problema linguistico. I nomi delle vie sono stati strappati all’America (via Joe Di Maggio, via Rocky Marciano…) e pure Zen, che sta per Zona Espansione Nord, ricorda più l’estasi che un insediamento popolare. Il Comune lo ha infatti sostituito con “San Filippo Neri”, e Dio sa quanto ci sia bisogno di santi. “Vede, c’è sempre il nero nel nome. È un tentativo ridicolo, solo un modo per cancellare un errore dalla coscienza”.

Non è anche un errore della sua coscienza?
“L’architettura è responsabilità, ma non ho colpe. È mancata la pianificazione. Oggi mancano i soldi ma pure le idee”.

È tornato a vedere lo Zen?
“Due anni fa. È una tragedia vederlo. Se solo l’amministrazione volesse, mi trasferirei in Sicilia per finirlo”.

Ancora un altro Zen?
“Lo ridisegnerei allo stesso modo. Mi creda, sarebbe bello. Glielo assicuro”.

 

L’architetto Vittorio Gregotti