Diritto al voto dei nuovi italiani

A Bologna circa 12000 persone residenti hanno acquisito la cittadinanza italiana: una parte sono i giovani nati e cresciuti in Italia con genitori migranti che a 18 anni hanno acquisito il diritto di richiedere la cittadinanza; un’altra parte sono i migranti giovani e non che con continuità sono rimasti in Italia e che maturano il diritto dopo 10 anni. Una parte considerevole di questi non ha esercitato il diritto di voto nelle recenti elezioni.
A questi si aggiungono circa 10.000 comunitari residenti, in particolare persone dell’Est Europeo, a cui la legge consente di richiedere la tessera elettorale per partecipare alle elezioni amministrative ed europee, pur non essendo cittadini italiani.
A fianco di questi ci sono migliaia di residenti che non hanno alcun diritto pur avendo condizioni molto simili.
Al Pilastro vivono molte di queste persone e, venuti a conoscenza del problema, ne abbiamo parlato con Siid Negash dell’Associazione Next Generation, che ha lavorato al Pilastro come educativa di strada, e che fu tra i primi animatori di questo blog.

“Sì parliamo di circa 22000 persone che potrebbero votare: per questo abbiamo lanciato la campagna
DIRITTO AL VOTO. E’ una campagna che abbiamo lanciato con un gruppo di persone e associazioni che lavorano con i migranti e i nuovi cittadini con l’obbiettivo di sensibilizzare ad un atto democratico.
Sono le nuove generazioni di italiani, una generazione anche mista autoctona, un po’ meticcia e vogliamo considerare tutti sia i nati qui, che quelli arrivati da piccoli, sia i migranti che dopo tanti anni hanno avuto finalmente la cittadinanza.
Chiedono la cittadinanza e quando finalmente la ottengono, o per abitudine o perchè vengono da paesi non democratici, non hai mai visto il voto, poi non vanno a votare.
Ci siamo chiesti come risvegliare queste persone, come educare a questo atto democratico?”

E per i cittadini dell’Unione Europea? A Bologna ci sono tanti rumeni
“Per legge tutti i cittadini comunitari, anche se non hanno la cittadinanza ma vivono in Italia, possono chiedere la tessera elettorale sia per le elezioni amministrative sia per le elezioni europee. Abbiamo fatto questa campagna prima per risvegliare i comunitari. Abbiamo prodotto video e testi in diverse lingue. Sono passato dall’ufficio elettorale e ho saputo che primi risultati si stanno ottenendo e c’è un pacco di richieste di comunitari che vogliono votare.
Utilizzare la loro lingua semplificando la burocrazia, spiegare dove è l’ufficio elettorale, rendere l’operazione semplice. Abbiamo primi risultati, ha funzionato parlare la lingua madre, abbiamo semplificato spiegando dov’è l’ufficio elettorale e la compilazione del modulo di richiesta. Ha funzionato c’è un bel plico di nuove richieste.
Adesso partiremo a giorni con la campagna verso i nuovi cittadini”.

Perché non vanno a votare?
“Non vanno a votare perché il voto è anche un allenamento, un addestramento, la costruzione di un’abitudine. I bambini italiani spesso accompagnano i genitori al seggio, sanno cosa significa votare. E comunque tanti non vanno a votare.
Ai migranti nessuno parla del voto, nessuno parla della democratizzazione, nessuno li coivolge nei mondi intermedi o nel sociale, o li attira ad essere rappresentativi nelle associazioni, nei partiti, nei sindacati. Vengono richiamati all’ordine quando ci sono le elezioni.
Invece è un lavoro che deve essere fatto sempre; vogliamo coinvolgere tutta la cittadinanza, anche le minoranze.
Lo vogliamo fare con le nostre forze, non ci sono partiti alle nostre spalle”.

Perché i partiti non sono interessati?
“No, non credo che i partiti non siano interessati; non lo sanno fare o non lo ritengono prioritario: le nuove generazioni di italiani siamo molti ma non determinanti per l’esito elettorale. Spesso  puntano ai pubblici più numerosi.”

La nuova campagna che caratteristiche avrà?
I neo cittadini la tessera elettorale ce l’hanno già: bisogna portarli fuori di casa e portarli a votare. Come si fa? con le testimonianze in lingua, anche con il senso di solidarietà, con il senso di colpa perchè se tu non vai a votare, tu che puoi, sei determinante verso la mia vita. Non saranno video di persone finte, ma vere. Ragazzi arrivati in Italia che avevano pochi mesi, che sono a tutti gli effetti italiani, ma ogni sei mesi devono richiedere il permesso di soggiorno. Per loro a 18 anni non è stato possibile fare la richiesta di cittadinanza e chiederanno VOTA TU PER ME.
Sarà una campagna VOTA PER ME un hashtag, una parola d’ordine che punta anche a far pesare il fatto che il non voto di chi può votare, pesa negativamente su quelli che questo diritto non hanno. Perchè non solo quelli che sono arrivati da poco non possono votare, ma anche tanti che hanno maturato il diritto e la Questura ci mette di media 4 anni per rispondere alla domanda di cittadinanza.
Faremo appelli in tante lingue: questo materiale sarà nella pagina Facebook  “Diritti e voto”

Stai dicendo che la legge prevede che dopo 10 anni o che a 18 anni si ha diritto formale alla cittadinanza, ma non è così?
“No, oggi non è così!
Io sono arrivato nel 1999.  Ci vogliono 10 anni di residenza continuativa per poter far domanda di cittadinanza . Poi ci vogliono 3/4 anni per ricevere la risposta!
La persona residente continuativamente ci mette 13-14 anni per ricevere la cittadinanza. Non si considera l’abitare in Italia, ma la residenza continuativa. Se cambi città e non hai controllato subito la domanda e risulta una interruzione temporale si comincia da capo.
E poi ci vogliono 3 anni continuativi di reddito lavorativo: gli studenti, i precari, chi non ha un lavoro regolare non ha diritto. Se ci si sposa con un italiano-italiana si può chiedere la cittadinanza dopo due anni ; poi ci vogliono i soliti 3-4 anni per la risposta.
E’ complessissimo, e rarissimamente si verificano tutte le condizioni necessarie.

Vorremmo che a Bologna fosse meglio.
La legge sul riconoscimento della cittadinanza è nazionale, ma il comune, i comuni possono fare molto. Ti faccio degli esempi. Se il Comune riconoscesse lo ius solis o lo ius culturae nei propri regolamenti diventa un atto simbolico che fa pressione a livello statale. Se ci fosse una coalizione di comuni italiani, anche piccoli ma almeno un centinaio che facesse questo, ciò avrebbe un impatto nazionale.
Poi sul permesso di soggiorno, su questo il Comune può fare di più: può fare uno sportello centralizzato che aiuta i migranti negli adempimenti burocratici (magari collegato alle Case di Quartiere) per consentire alla Questura e alla Prefettura di smaltire velocemente le pratiche.
Pensa che per un permesso di soggiorno che vale per sei mesi, ce ne vogliono due per averlo, per cui in sostanza sei in regola solo per 4 mesi.

Ma è una vergogna, tutto il tempo sprecato dietro ai documenti! Ma la proposta si può concretizzare?
Lo sportello c’era; è stato chiuso e quello che stiamo chiedendo è di rifarlo forte e centralizzato collegato ai Quartieri: l’importante è smaltire; la gente deve avere le risposte della Questura in un mese massimo.
Bologna deve essere parte civile della sua gente, deve essere in mezzo a una trattativa.

Mercoledì 8 settembre ore 19 quando incontreremo le nuove cittadine che hanno partecipato al progetto di Sopra i Ponti parleremo anche di questo.

Intervista a cura di Claudia Boattini e Ingrid Negroni