La staffetta in ricordo delle vittime della Uno Bianca

Noi pilastrini abbiamo bene a mente la data del 4 gennaio.
Questo giorno, dal 1991, ha segnato per sempre il nostro territorio, gli abitanti di allora e quelli arrivati dopo.
Ogni anno, il 4 gennaio, molti cittadini si riuniscono attorno al cippo dedicato ai tre Carabinieri uccisi, per non dimenticare una delle pagine più buie della cronaca della nostra città.

Non tutti sanno, però, che c’è un’altra data, il 13 ottobre, scelta dall’Associazione Famigliari Vittime della Uno Bianca, per ricordare tutte le 24 vittime, che si sono trovate nel posto sbagliato, al momento sbagliato, nel corso di quei lunghissimi 7 anni in cui la banda dei fratelli Savi ha compiuto, indisturbata, i propri crimini.
Quest’anno, il blog, ha partecipato all’ultima tappa delle 9 previste, per un totale di 52 km, della staffetta podistica e ciclistica che ogni anno, partendo da Castel Maggiore, ripercorre i luoghi in cui avvennero questi crimini che provocarono 24 vittime e oltre 100 feriti.

La tappa finale è il Giardino Vittime della Uno Bianca, in Viale Lenin: qui un monumento a forma piramidale, ricorda, lastra dopo lastra, le 24 vittime.

Quest’anno, alla cerimonia finale, erano presenti il neo eletto sindaco di Bologna, Matteo Lepore, la vice presidente della Regione Emilia-Romagna, Elly Schlein, la Presidente dell’associazione famigliari vittime della Uno Bianca, Rosanna Zecchi, moglie della prima vittima uccisa e diverse autorità delle FF.OO: Carabinieri, Esercito Militare, Polizia di Stato e Guardia di Finanza.

Due i punti fondamentali dei relatori: la richiesta con fermezza, della certezza della pena, senza sconti di alcun genere, senza permessi premio e l’annuncio della digitalizzazione dei faldoni investigativi e processuali, chiesta negli anni dai famigliari delle vittime, per far sì che nessuno dimentichi ciò che è successo, soprattutto riguardo ai depistaggi durante le indagini: grazie al lavoro meticoloso degli operatori all’Archivio di Stato, sono già 180 i fascicoli trasferiti in digitale.

Sono trascorsi più di 30 anni e gli interrogativi sono ancora tanti: come hanno fatto i fratelli Savi, agenti di Polizia, a compiere questi crimini, indisturbati? Com’è possibile che nessuno dei loro famigliari li abbia mai denunciati? Come mai ci sono stati tanti depistaggi in tutti quegli anni di indagini?

Per tutte queste ragioni, noi cittadini di allora e quelli venuti dopo, non dobbiamo mai dimenticare ciò che è successo, dobbiamo trasmettere alle generazioni future, ciò di cui siamo stati testimoni, per far sì che ciò non accada mai più.

 

Testo di Alessianeva Marino
foto di Alessianeva Marino e Mohamed Gana

 

 

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