C’è qualcosa di nuovo nell’aria…

C’è qualcosa di nuovo nell’aria stamani… un canto nuovo o, forse è meglio dire, uno stridore d’uccello che non è di queste parti. Chi rimane incuriosito e si ferma  nei  sentieri che attraversano il Parco Pasolini noterà ben presto un volo veloce, una scia verde solcare il cielo fra un albero e l’altro, una lunga coda posarsi sulle cime.

Sono parrocchetti, una varietà di pappagalli che, regolarmente importati tempo fa dal lontano Pakistan da commercianti italiani, hanno trovato il modo di introdursi nel nostro ambiente e formare delle colonie che da Budrio si sono diffuse a Imola, Castenaso, San Lazzaro e ora da noi al Pilastro. Ma ne sono stati segnalati anche in zona Andrea Costa e Sant’Isaia. Anche Roma pare ne sia assediata.

In questi anni abbiamo assistito nel nostro rione all’espansione di diverse specie di uccelli (piccioni, ghiandaie, cornacchie, gazze, merli) ai quali abbiamo fatto poco caso trattandosi di specie presenti da sempre nel nostro territorio. Probabilmente ci abitueremo anche a questi chiassosi volatili, un po’ come è accaduto con le tartarughe californiane del laghetto dei Giardini Margherita o il gambero della Louisiana diffusosi nei canali della Bassa. Ma certamente questo avvenimento non sarà indolore per gli uccelli di più piccola taglia che si vedranno portare via dalla voracità dei parrocchetti i pochi frutti ancora reperibili sugli alberi che li aiutano a superare il rigore invernale. Sono eventi frequenti in natura, tutte le volte che specie appartenenti ad ecosistemi remoti entrano improvvisamente in contatto fra loro su un territorio che non ha conosciuto il tempo millenario necessario a stabilire un ecologico fra predatori e prede, fra specie invasive ed autoctone.

Nello specifico, il successo genetico di questa specie di animali sul nostro territorio, si concretizza attraverso diverse azioni:

  • sono stanziali sul territorio dove svernano, e non assolvono al rito della migrazione stagionale;
  • precocità nella nidificazione: questo permette loro di occupare con anticipo i nidi lasciati liberi dalle specie migranti;
  • becco con caratteristiche diverse dalle specie presenti sul territorio: questo permette di cibarsi di frutti in anticipo rispetto ad altri. In pratica, si cibano delle noci acerbe vuotando gli alberi, mentre altri volatili si ciberebbero del frutto, ma solo a maturazione. Sono infatti un flagello, nel meridione, per le colture di mandorle.

Spesso l’insorgere di queste situazioni va attribuito a interventi umani di solito particolarmente disastrosi. Basti citare il cinghiale introdotto dall’Ungheria che ormai scorrazza per i centri urbani, il capriolo moltiplicatosi a dismisura nelle riserve o il pesce siluro originario del lagi Aral che ha decimato le specie  ittiche del Po, la zanzara tigre o la cimice asiatica, gli uccelli di palude grandi predatori di pesci, che stanno risalendo tutti i corsi d’acqua della regione. Per non parlare delle specie marine che spingendosi attraverso il canale di Suez stanno dilagando  del Mediterraneo richiamate dal surriscaldamento delle sue acque.

Insomma, in questa nostra epoca, anche il volo di questi simpatici uccelli destinati in origine a rallegrare le voliere nelle nostre case di città, ci riporta rapidamente alle preoccupanti considerazioni che la globalizzazione e i cambiamenti climatici sempre di più impongono alla nostra attenzione. Teniamone conto.

testo di Lino Bertone e Luca Negroni

Eventi al Pilastro