Saman: Intervista di Dario Ruggieri a Giovanna Cosenza

Il 29 Aprile Saman Abbas, una ragazza pachistana di 18 anni, scompare a Novellara, in provincia di Reggio Emilia. Oggi, a quasi tre mesi dalla sua scomparsa, gli inquirenti sono ancora alla ricerca del suo corpo. Omicidio, femminicidio. L’ennesimo all’interno della nostra penisola. Dal 29 Aprile tutti i media hanno parlato quotidianamente del caso di Saman. Abbiamo discusso di come i media hanno trattato e narrato questo caso di cronaca con la professoressa Giovanna Cosenza, Professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi ed esperta di Media digitali presso l’Alma Mater Studiorum.

Il dibattito sulla morte di Saman è stato molto pervadente su tutti i giornali e in tanti talk televisivi. In generale è stata riscontrata una forma di “etnicizzazione” del crimine. Come affrontare questi casi di cronaca? Quali le prevenzioni per raccontare in maniera più oggettiva possibile il fatto?

Innanzitutto la regola numero uno, sia per i media che per la classe politica, dovrebbe essere quella di non strumentalizzare l’evento criminale. Da un lato, invece, esso viene strumentalizzato appiattendolo sull’etnia dei pachistani e sulla questione religiosa (l’Islam), con l’assunto che chi è pachistano e/o musulmano ha più probabilità di incappare in azioni del genere. Dall’altro vi sono coloro che danno per presupposto l’etnicizzazione e per combatterla difendono il blocco etnia-religione. Entrambe le posizioni sono polarizzate, e i media sfruttano questa semplificazione. Vorrei sottolineare che io non demonizzo la semplificazione mediatica, in quanto inevitabile: per parlare a masse di persone devi per forza semplificare. Inoltre l’estremizzazione si presta più facilmente alla notizia. Ma questo si può prevenire non cadendo nella polarizzazione e cercando di captare, semplificandole ma non banalizzandole, tutte le “sfumature di grigio”. Il caso specifico ci racconta che vi è un’implicazione della cultura pachistana e islamica nell’omicidio avvenuto, così come vi è un’implicazione della cultura italiana e della cultura cattolica nei femminicidi che avvengono in Italia regolarmente. Il segreto di una buona comunicazione sta nell’analizzare i fattori determinanti un evento, senza cadere aprioristicamente nella polarizzazione.

Il caso di Saman ha riacceso i riflettori sulla questione dell’integrazione e del cosiddetto multiculturalismo, argomento sempre molto spinoso. Secondo lei, vi è un razzismo istituzionalizzato nei media?

Assolutamente sì. Tuttavia coloro che si pongono – giustamente – contro il razzismo finiscono per fare il gioco dello stesso, poiché si posizionano sull’opposto estremo, mostrando di non vedere o tacendo i problemi dovuti all’integrazione e alla multiculturalità. La responsabilità, insomma, è di tutti. Seguendo il caso di Saman, sono rimasta incredibilmente sorpresa dal mancato dibattito sul ruolo dei servizi sociali e sulle loro responsabilità – certo involontaria, ma comunque da qualche parte c’è – in questo tragico evento. Perché la giovane non è stata protetta? Perché non è stata accompagnata a casa dei genitori? Integrazione vuol dire anche occuparsi di sacche culturalmente arretrate, come la famiglia di Saman (così come vi sono tante famiglie italiane arretrate culturalmente che causano femminicidi, come già detto prima) Perché non riusciamo ad evitare i femminicidi in Italia? La soluzione sarebbe un investimento ingente sul welfare sociale, che lavora in condizioni pessime, sottopagato e sottodimensionato, con impedimenti forti ed invalicabili nell’espletare un lavoro così importante, a tal punto forti e invalicabili da non impedire casi come quello di Saman.

Analizzando alcuni articoli di giornale e alcuni talk televisivi, ho riscontrato una narrazione drammatica e sensazionalista. Secondo lei, alcuni media cercano di cavalcare e rafforzare questa modalità di racconto?

Sicuramente il caso di Saman è stato caratterizzato da questo tipo di narrativa. Purtroppo non è accaduto nulla di diverso rispetto ad altri casi. Evitare la polarizzazione sarebbe l’unica soluzione, occupandosi dei problemi specifici dell’immigrazione e dell’integrazione. Potenziare il welfare sociale dovrebbe essere centrale al fine di evitare e prevenire un numero così ingente di femminicidi.

In questo periodo l’opinione pubblica si è interrogata sul maschilismo o sulla società fallocentrica legata alla società pachistana, come se fosse una caratteristica di quella specifica porzione di territorio e non trasversale a tutte le società. Secondo lei è stata persa una buona occasione per indagare e analizzare questo tema in maniera strutturata?

Certamente è stata persa un’altra occasione. Il problema è sempre lo stesso, ovvero che coloro che sostengono che viviamo in una società fallocentrica tendono a negare che questo fattore è “anche” collegato alla cultura pachistana e alla religione islamica, esattamente come possiamo affermare che il patriarcato è “anche” collegato alla cultura italiana e cattolica. Fino al 1981 in Italia vi era il delitto d’onore. È anche una questione di tempi. In Pakistan solo nel 2017 è stata introdotta la legge contro i matrimoni forzati. È ovvio che in quel Paese ci sono ancora resistenze forti. D’altra parte, per guardare in casa nostra, stupisce che l’Italia, dopo decenni di battaglie, rivendicazioni e atti legislativi, si trovi ancora, nel 2021, a fronteggiare un femminicidio ogni tre giorni. Con molti più anni alle spalle di battaglie femministe e postfemministre, l’Italia ha mostrato una resistenza incredibile rispetto alla parità di genere (basti guardare il Gender Gap Report del World Economic Forum). Ovviamente la cultura italiana e quella pachistana sono molto diverse. Ma purtroppo, anche se per motivi diversi, in entrambe le donne sono ancora oggi vittime di violenza.