Donne in un pomeriggio di inverno

Sei donne intorno ad un tavolo in attesa di un’insegnante in ritardo nella Casa di Comunità del Pilastro. Sono giovani, quasi tutte marocchine, alcune in Italia da molti anni, altre con molte difficoltà ad esprimersi in italiano, soprattutto perchè vivono prevalentemente in famiglia e usano pochissimo la nostra lingua. Fatima Zahra si fa carico della traduzione delle parole e dei concetti più difficili o meno condivisi.
Per rompere il ghiaccio, chiedo se qualcuna di loro vuole raccontarmi la sua storia per conoscerci meglio.
Alcune di loro guardano Khadija, una giovane molto triste che si stringe nelle spalle e raramente alza lo sguardo: “La mia è una storia brutta”.
“Non esistono storie brutte; forse la tua è una storia triste?” le rispondo augurandomi di non ferire la sua sensibilità.

Mi guarda, annuisce e inizia a raccontare.
Si presenta e ci racconta che ha 23 anni, che arrivò giovanissima per la prima volta in Italia con la sorella Fatima, grazie ad un progetto di aiuti, poichè aveva perso la mano in un incidente ed aveva ottenuto il visto di tre mesi per le terapie necessarie all’inserimento di una protesi ortopedica.
Al rientro in patria iniziarono le difficoltà: fu iscritta ad un corso professionale come portatrice di handicap, ma poiché non vi erano altre disponibilità, dovette fare un corso per fabbro. Mi spiegano che in teoria non ci sono più discriminazioni di sesso in Marocco, ma poi, dopo due anni, dopo il tirocinio, quando fu inserita nel luogo di lavoro effettivamente non riuscì a mantenerlo perchè donna e handicappata.
Poichè aveva necessità di lavorare, cercò altre soluzioni; fece l’animatrice in una colonia per bambini. Aveva perso il padre e viveva con la madre, il fratello sposato  e la sua famiglia, ma purtroppo i soldi non bastavano per tutti, anche se la sorella maggiore, Fatima, era tornata in Italia sostenuta dall’Associazione Sopra i Ponti e mandava a casa i propri risparmi.

Mentre racconta dell’Italia, il suo racconto diventa emotivamente più coinvolgente, lascia l’italiano e parla in arabo. Devo aspettare la traduzione, ma dalle sue espressioni si comprende di cosa sta parlando.  Due lacrimoni cominciano a scenderle lungo le guance. Il racconto continua sempre più sintetico e secco.
Fatima in Italia si sposò ed ebbe un figlio. Tornò a casa per farlo conoscere alla suocera, alla madre e a Khadija. Khadija racconta che solo a lei confidò che le era stato diagnosticato un tumore: la sorella che per lei era stata più che una mamma, vicina e protettrice nella disgrazia, che aveva saputo trovare la strada per garantirle le cure in Italia, stava molto male. Fatima le chiese di tornare in Italia con lei e prendersi cura del suo bambino per consentirle di sottoporsi alle terapie necessarie. Nonostante che all’Ospedale S. Orsola avessero fatto di tutto per salvarla, Fatima morì.
Khadija non regge l’emozione del ricordo: “Era la mia vita, perderla è stata la perdita della speranza” dice fra le lacrime.
Tutte vorremmo stringerci intorno a lei. Rimaniamo, invece, inchiodate sulla sedia ad aspettare la traduzione di Fatima Zahra che continua a tradurre con una voce che comunica tutta la sua comprensione.
Khadija ora è in attesa che le riconoscano la “protezione internazionale” e sta svolgendo il Servizio Civile per l’Associazione Sopra i Ponti, nell’ambito di un progetto di inserimento e formazione. Con due ragazze italiane amiche di Fatima, si occupa del nipotino che ora ha tre anni. Con lui riesce ad essere positiva e serena, ride e gioca come deve fare una zia. Ma adesso, con noi, si sfoga e piange, ripetendo “Era la mia vita……”
Così stretta nelle spalle, soffocando i singhiozzi, sembra la statua della solitudine.

Le chiedo se desidera tornare in Marocco; le ragazze marocchine mi guardano e non comprendono la mia domanda. “Circondata dai parenti e dalle amiche, forse supereresti meglio il lutto?”
“Non ho più niente là” mi risponde senza esitazioni.
“Qui Khadija, ha incontrato un senso di umanità molto particolare. Sicuramente al paese le avrebbero dato una mano, ma in Marocco, i diritti oscillano. Dipende da dove nasci e quanti soldi hai” aggiunge un’altra. E prosegue: “Dio ti manda delle persone e Khadija qui ha incontrato persone straordinarie come le amiche di Fatima”.

Fatima Zahara ci spiega che in arabo ha tentato di consolarla ricordandole che ” Sappiamo che nella vita ci sono tante prove, ma è come a scuola, poi ci sarà la valutazione. Sua sorella non se ne è andata del tutto; ha lasciato il suo bimbo. Un segno di Dio. Le ho anche detto  che la morte non è nelle nostre mani e che deve superare questa difficoltà, ma mi ha risposto che non è facile”.

Dalle loro parole emerge un forte senso religioso e tanta solidarietà per una vicenda che conoscevano in quanto è stata oggetto di un fumetto dedicato a Fatima, prima della sua morte (http://www.ilgirovago.com/antonella-selva-femministe/) .
Fatima era realmente una persona speciale, molto coraggiosa e nel suo paese ed in Italia ha compiuto azioni femministe, tanto che il Centro Zonarelli le ha intitolato una piccola biblioteca.
Ho letto il libro che racconta la storia di Khadija utilizzando il fumetto: scritto quattro anni fa, la racconta ancora ragazzina e utilizzando lo pseudonimo di Habiba che vuol dire “cara”, mentre Fatima è la protagonista Hayat che vuol dire “vita”.
Comprendo un po’ meglio, il messaggio che tentava di inviare e perché ripeteva: “era la mia vita…..”

 

Testo di Claudia Boattini
Foto di Lino Bertone
fumetto tratto da Femministe una storia di oggi

di Antonella Selva
Edizioni IL GIROVAGO