Finalmente agosto

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Avevo 17 anni e forse quella fu l’ultima estate in cui andammo in villeggiatura con l’assetto che aveva caratterizzato tutta la mia infanzia e adolescenza, ossia papà mamma noi tre figli e le zie. Si partiva dunque ancora nell’assetto completo – che voleva dire compresi doc il nostro bastardino e i pappagalli – e rigorosamente il 1 agosto per ritornare il 31

La nostra villeggiatura era al mare – ‘i bambini ne hanno bisogno’ ma soprattutto ne avevano bisogno mia madre e i suoi reumatismi – e le nostre mete raramente furono più lontane di Formia o Gaeta

Quel 2 Agosto 1980 ci eravamo dunque insediati da pochissimo. Ed avevamo quindi appena preso i punti di riferimento che ci avrebbero assicurato una nuova routine quella che mio padre mal sopportava fra le tante. E quella routine prevedeva uscire per le nove quasi sempre tutti insieme, arrivare in edicola per acquistare – oltre che la settimana enigmistica per mamma, i fotoromanzi per le zie, il Tex e il Diabolik per mio fratello e mia sorella e per le prime volte il Manifesto per me (ma non tutti i giorni eh) – per acquistare dicevo il quotidiano per eccellenza, il Mattino di Napoli, senza la lettura del quale non si sarebbe potuto concepire l’avvio della giornata (Abitudine, vizio o se volete automatismo che mi è rimasto per sempre attaccato al cervello e di cui ancora non riesco a fare a meno se non con dolore). Tutto questo ci faceva arrivare in spiaggia entro le nove e mezza. Poi noi, dopo un po’, sotto l’occhio vigile, severo e instancabile di zia Cassandra ci avviavamo al mare e dopo mezz’ora papà già stufo della sabbia, della condivisione degli spazi con estranei, del caldo e non so di cos’altro si avviava al bar del lido dove ci avrebbe aspettati per il resto della mattinata, per risalire rigorosamente in casa per le dodici e trenta. Perché faccio tutta questa dettagliata cronistoria? Perché i tempi e gli orari li ho ricostruiti dopo, sulla base delle notizie e dei fatti che avvennero e perché mi è rimasto impresso per sempre che mi sembrò subito molto strano che dopo un po’ mio padre ritornasse sotto l’ombrellone, fatto che non accadeva praticamente mai –  dovevano così essere le undici non oltre mezzogiorno – e venisse a dirci, a dire anche a me, è successo un fatto terribile, c’è stata un’esplosione alla stazione di Bologna, un treno, molti feriti, ci saranno tante vittime, parlano di una caldaia, ma io non credo, non credo proprio.

Ecco come per il rapimento Moro fui folgorata – forse più che dalla notizia in sé – proprio dalla comunicazione ritenuta doverosa, dal fatto cioè che a metà mattinata la preside entrasse in aula – ero al liceo e non mi ricordo accadeva mai – per comunicare a noi ragazzi ‘hanno rapito il presidente della democrazia cristiana’ partecipandoci con quel gesto la gravità dell’evento, ma al contempo esprimendo la necessità di comunicarlo alla comunità di cui anche noi ragazzi facevamo dunque parte e quel gesto me lo sottolineò con forza e quasi con violenza, così allo stesso modo quell’agire di mio padre – ritornare a quell’ora anomala e calda sulla spiaggia solo per dire che un fatto grave accadeva nel paese e lo dovevamo sapere – mi fece un’impressione fortissima, fissando per sempre quel momento nella mente e riconoscendomi un ruolo e un onere che non avevo capito, fino a quei due eventi, di avere: quello di appartenere ad un consesso, ad una comunità che riconosceva anche in me un suo membro e in nome del quale bisognava condividere dolori, eventi, calamità e attacchi di fronte ai quali non si poteva essere considerati altro, che bisognava assumere su di sé anche per non perdere il senso di unità, di appartenenza e di riconoscimento reciproco.

Allora non l’avrei saputo dire. Lo percepii, in entrambe le occasioni, in maniera confusa anche se sincera e oggi lo posso lucidamente: con quei due episodi sono diventata grande, ho sentito di essere entrata a fare parte del paese, che ero parte di un insieme di cui dovevo essere responsabile e partecipe e sentii per sempre che tutto quello mi riguardava, come per sempre mi avrebbe riguardato tutto quello che da quel momento avrei vissuto e dunque per sempre voluto capire, approfondire e non dimenticare

Testo di Giustina Orientale Caputo