Il 2 agosto…non è scontato che sia così – Pilastro Bologna

Il 2 agosto…non è scontato che sia così

2 agosto 1980. La data della strage alla stazione di Bologna. Ancora una volta, c’è da sperare, e immaginare, che Piazza Medaglie d’Oro si riempirà. Non è scontato che sia così; sono passati 38 anni e siamo in agosto, il mese di svuotamento della città. No, non è facile da capire, non è facile da spiegare ai giovani o a chi non ha vissuto quel giorno, quella situazione, quel pezzo di storia. Non è facile ma ci proverò. Il 2 agosto è ormai un pezzo di storia della nostra città e della nostra nazione. Il 2 agosto sono i morti della strage, i loro familiari; i tanti feriti che sono sopravvissuti grazie alle cure con tante, ma veramente tante conseguenze fisiche e psicologiche, con cui ogni giorno della loro vita devono fare i conti. Il 2 agosto è una città bruciata dalla calura e pronta a chiudere tutto per le vacanze  agostane, che incredula e spaventata, alza gli occhi al cielo ronzante di elicotteri senza capire cosa, dove come. Il 2 agosto è quella  stessa città che reagisce e si organizza coralmente per i soccorsi. Taxisti e autisti di autobus, medici e infermieri, donatori di sangue e cittadini volontari, operatori delle radio locali e ristoratori faranno miracoli per salvare ogni vita possibile. Il 2 agosto è la storia di ognuno che c’era. Ognuno ricorda quel giorno, cosa stava facendo, cosa ha pensato. Il 2 agosto è la costituzione del Comitato familiari delle vittime del 2 agosto. E’ la storia di un processo mai finito. E’ la storia di una verità che non viene fuori; di una giustizia che tarda-scandalosamente- ad arrivare. E di qualcuno che spera nell’oblio collettivo. E invece no, la città non dimentica, anzi. Continua ad esserci e a chiedere giustizia. Ora forse, anche chi non c’era nel 1980, guarderà con spirito diverso le immagini di questa piazza, lo squarcio nella attuale parete della sala di attesa, la lapide coi nomi dei morti.
E magari verrà anche in Piazza, a vedere. Allora sentirà ancora di più.

Testo di Ingrid Negroni    

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