Un ragazzo come tanti

 

Siamo in casa della prof. Maria Amigoni che ci ha concesso quest’intervista dopo aver partecipato ai funerali di Nicola Rinaldi, suo alunno alle scuole Saffi.

Redazione: Quali impressioni e sensazioni ha vissuto durante i funerali di Niki?
Amigoni: È stata una sensazione positiva. Erano tutti molto composti. Molta cordialità da parte di tutti i membri della famiglia; un rapporto molto tranquillo, sincero e spontaneo, anche se potevo essere sentita come un’intrusa. I battimani, i palloncini, il corteo ormai sono entrati nelle abitudini degli italiani. Specialmente se si tratta di ragazzi. Ho rivisto moltissimi dei miei ex-alunni. Ma mi ha stupito che la presenza dei cittadini più impegnati nel Pilastro, fosse limitata ad un gruppetto sparuto.
Nei miei anni trascorsi come insegnante e poi come preside delle scuole Saffi ed anche quando sono andata in pensione, ho avuto molti rapporti con le famiglie, rapporti che sono andati al di là del mio ruolo professionale: per consigli, per aiuto. Con la famiglia di Niki è stato un rapporto altrettanto buono.

R.: Lei sa come venivano vissute in famiglia le attività di Niki?
A.: Questo non posso dirlo: ho lasciato il Pilastro che lui aveva solo 15 anni.

R.: Che carattere aveva Nicola?
A.: Come molti ragazzi del Pilastro era un po’ impulsivo e ombroso. Alternava moneti difficili, ma non più di tanti altri come lui.

R.: Ha qualche ricordo di quando era nella sua scuola?
A.: Ricordo un po’ le difficoltà che abbiamo avuto con lui, che però non erano maggiori di quelle della media dei ragazzi della sua età.
Mi viene in mente però un episodio di quando con tutta la scolaresca siamo andati in campeggio a Pinarella. A causa di un banale infortunio dovemmo portarlo al Pronto Soccorso. In quella situazione dimostrò molta maturità, più di quello che mi sarei aspettata. Questo a riprova del fatto che a volte allontanando questi ragazzi dal loro ambiente abituale, si possono ottenere comportamenti molto più responsabili e corretti. Facendo fare loro attività, offrendo loro nuove occasioni e opportunità si può ottenere da loro molto di più.
Quello che è stato fatto al Pilastro in questi anni, forse, non è bastato (parlo a livello scolastico).
Nell’ottica di dare opportunità ai ragazzi, in quegli anni, avevo avviato un’iniziativa per l’estate grazie a finanziamenti offerti dalla Fondazione del Monte. Mica grandi cifre, ma sufficienti per garantire il servizio un ragazzi che coprisse il periodo dalla fine della scuola alla fine di luglio. Ogni giorno era dedicato ad una meta diversa. Due volte alla settimana gite (al mare, sui colli, in piscina, al Parco Talon, a Villa Ghigi); inoltre, una volta a settimana la scuola si apriva alle famiglie di chiunque per mangiare tutti insieme. Con la musica! Il tutto era gestito dai ragazzi che allestivano e poi si fermavano per pulire. Siamo negli anni 2007-2011. È stato un primo esperimento su Bologna, completamente gratuito per tutti gli iscritti.”

R.: Che seguito ha avuto questa esperienza?
A.: Sempre attraverso finanziamenti della Fondazione, quest’esperienza si è estesa ad altre scuole.

R.: Questo tipo d gestione ha cambiato la visione che della scuola avevano gli alunni?
A.: La scuola era diventata un posto per incontrare gli amici o, se non sapevo dove andare, un posto aperto.
Una cosa che non sono riuscita a fare, e che è mancata, è stato la partecipazione degli insegnanti (i bidelli invece sono stati meravigliosi). Sarebbe stato significativo vedere gli insegnati mettersi al servizio dei ragazzi.

R.: Poi come è proseguito l’esperimento?
A.: Diciamo che si è svuotato. Non c’è più la partecipazione di una volta. Più volte ho cercato di portare quest’esperienza all’attenzione del Ministero, ma pur trattandosi di operazioni a basso costo, non sono mai state finanziate.

R.: Basandosi sulla sua conoscenza del Pilastro, quali interventi suggerirebbe a favore dei ragazzi?
A.: Oltre alle cose che ho appena espresso a proposito dell’istituzione scuola, ho sempre ritenuto che il Pilastro ha grandi risorse umane e organizzative, ma secondo me manca un coordinamento. Le iniziative sono tante, ma a volte si accavallano o si disperdono. Mancano poi i giovani che raccolgano il testimone dalle mani degli anziani. Bisogna coinvolgerli in attività sociali, ricreative e culturali sorrette da adeguati finanziamenti. Trovo ad esempio molto significativa l’apertura di un proprio spazio ad opera di una etnia (quella marocchina) aperto a tutti, anche (naturalmente) agli italiani. Ma per quanto possa sembrare semplicistico, il nodo cruciale resta il lavoro. Perfino quelle poche prospettive annunciate, si sono viste sfumare in poco tempo. Penso a Fico che sembrava promettere molte occasioni per i giovani, ma poi il risultato è stato inferiore alle aspettative.

Grazie, professoressa.

a cura di Lino Bertone